Oggi sono un po’ Dio e la Madonna,

mi serve qualcuno che c’è da sempre

e una dotata di infinita pazienza.

Per portarli con me su quel tappeto verde muschio

dove stavano i piedi di te seduto sul divano.

La tazza di tè della domenica in salotto,

una piega del tappeto mi fa uno scherzo

rovescio tutto sulle tue ciabatte marroni.

Non ti guardo, non mi guardi,

ma da quel manto color finto bosco si squarcia una finestra di voce

“Pulisci tutto!”.

Tu non ti sei spostato di un millimetro

le tue ginocchia, le tue caviglie immobili

stavano lì a ricordarmi che gli errori sono cose sempre enormi.

Ho strofinato quasi…tutto

non potevo arrivare sotto le suole che non spostavi

e così ho contornato la loro forma,

di piedi cattivi fatti apposta per una bambina

che rovescia il tè la domenica pomeriggio.

Me ne sono andata in camera e,

strano a dirsi,

dopo secoli te ne sei andato anche tu.

Io sono tornata a finire il lavoro

era già tutto asciutto e io ancora lì a strofinare

per vedere se riuscivo a cancellare per sempre i tuoi piedi e non farti tornare più.

Oggi sono un po’ Dio e la Madonna,

mi serve qualcuno che sappia da dove è venuto il tappeto verde muschio

e una che sappia aspettare una fine che non arriva

mai…

Va da sè…chi c’ha mozzato la coda?

300px-Vertebration

Va da sè, che quando da un po’ di giorni mi gira qualche immagine o pensiero dotato di quello che io in quel momento definisco SENSO…io prima o poi arrivi qui.

Già, VA DA SE’! Mi piace un sacco questa espressione e vorrei usarla più spesso. E’ come arrendersi all’ordine delle cose, come un lasciare fare al caso, come l’osservare la corsa di un fiume che non può fare altro che andare dove va.

Insomma, il mio “va da sè” di questi giorni mi ha portato l’immagine: SNOCCIOLARE VERTEBRE. Immagine che di per sè può anche far pensare a qualcosa di parecchio truculento o a qualche macabro giochino da serial killer psicopatico.

Si tratta in realtà, per me, di un’azione che vado spesso facendo la mattina quando sveglio le mie figlie. Le saluto, dico “RAGAZZEEEE, BUONGIORNO” e poi per qualche secondo comincio a percorrere in su e in giù sotto le coperte la loro colonna vertebrale. E’ un gesto che adoro fare, mi pare di stare a controllare che siano tornate tutte intere lì nel letto, dopo il lungo viaggio della notte; me le snocciolo sotto le dita le loro vertebrine, quasi a rincorrere i tasti di un pianoforte. Le fanciulle gradiscono alquanto e se ne stanno lì a farsi suonare prima che la fretta della mattina abbia la meglio.

A pensarla tutta, credo che la mia passione per i mattoncini delle schiene umane sia iniziata quando ho compreso quanto mi piacesse il movimento e in particolare il muoversi liberato dalla danza, cioè verso gli 8 anni. Sia negli esercizi di riscaldamento, sia nelle coreografie, amavo immaginarmi cosa stesse facendo la mia spina dorsale: dove si stesse piegando o torcendo o inarcando. Non mi succedeva con nessun’altra parte del corpo.

Anche adesso, quando faccio ginnastica o corro o per fortuna mi capita ancora di danzare, mi ritrovo a visualizzare il mio bellissimo asse di simmetria corporeo intento al movimento.

VA DA SE’, che io ora stia qui a lambiccarmi il cervello chiedendomi come mai io abbia questa fissa. E nelle  considerazioni, riflessioni e mirabolanti cazzate partorite dalla mia mente e che mi rendono felice, rassicurata e pure anche un po’ saggia, sono arrivata alla conclusione che sia tutto un fatto di SOSTEGNO, IMPALCATURA, SEQUENZA ORDINATA CHE CREA UNA STABILITA’.

E cos’hanno in comune tutte queste parole? Forse…l’idea del sentirsi radicati, stabili, resistenti, al sicuro.

Eh….VA DA SE’ che davanti a tali concetti io mi faccia assalire da una sana commozione salata: sono il mio pezzo di puzzle mancante, il mio primo chakra della radice su cui tutti gli esperti del settore mi dicono di lavorare, sono le cose che mi servono e che allo stesso tempo mi fanno tanta paura.

Tutte le fondamenta che ho avuto in dono o che ho cercato di costruirmi si sono sempre rivelate trappole per me: roba invischiante, che blocca e soffoca. Sono ancora distante mille miglia da un sano rapporto con la “base” delle cose, delle relazioni umane, dei sentimenti, e chi più ne ha ne metta.

Torno dunque alle perle rare del mio lato B…

Ricordo ancora quando a 18 anni e 38 chili stavo a passarmele in rassegna. Molti pensano che per una anoressica sia motivo d’orgoglio stare lì a contarsi le ossa…forse per alcune….. non per me. Io stavo a fare “verifica e valutazione”, stavo a vedere se l’essenziale c’era e quando lo sentivo ero serena nel sapere che solo quello mi era rimasto. E in quei momenti, davvero, le mie vertebre erano le mie pietre preziose, il mio splendido tesoro luccicante che mi avrebbe mostrato la via per tornare da me.

A quanto pare sono riuscita a raggiungere  casa: piena di acciacchi, di buchi al soffitto da cui passano un sacco di spifferi, con le pareti da tinteggiare e gli scatoloni ancora impilati da aprire. Ma la mia struttura c’è e la lunga corda del mio dorso sta a ricordarmelo.

All’esame di terza media in scienze ho portato l’apparato scheletrico: allora è stato perchè adoravo la sfida dell’imparare a memoria tutti i nomi delle ossa, ora preferisco spiegarmelo come un dolce tributo al nobile sostegno del corpo umano.

Sto spesso a guardare la coda delle mia gatta quando è perfettamente in linea con la sua colonna vertebrale: pare quasi una freccia che stia per scoccare a chissà quale distanza.

Siamo gatti con la coda mozzata, finiamo al coccige… cazzo, tocca accontentarsi…, chi ce l’ha castrata?

Ma io amo le cose mancanti di qualcosa….mi vien voglia…. di dargli compimento…

 

ANNATUTTAPANNA…

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(questa non sono io da piccola, sia chiaro!)

ANNA fa rima con capanna, azzanna, osanna, appanna, tiranna, zanna,….e pure con… canna!

Anche se da piccolina, in quei giochetti stupidi tra bimbette io ero sempre ANNATUTTAPANNA! Che poi non ho mai capito cosa volesse dire: che ero una tipa inconsistente? O che ero dolce dolce? Mah….credo nessuna delle due!

Però questa cosa qui del “fare rima con…” mi è tornata in mente ieri.

Ieri. ..

E’ stata una bella ed istruttiva giornata per tante cose: una merenda pomeridiana fatta in un bel posto un po’ retrò dove ho potuto assaggiare uno splendido e profumatissimo infuso, la visione di un bel film al cinema divertente e assai poetico come solo la felicità un po’ triste dei francesi sa essere, gli acquisti natalizi in un negozio per giocattoli che adoro… Ma è l’incipit della mattinata che ha dato, secondo me, l’avvio giusto. Un bellissimo incontro con una persona fino a quel momento sconosciuta e con la quale un semplice caffè di mezz’ora al massimo è diventato lungo quasi due ore.

Ed è lì che, dopo un bel po’ che non mi capitava…ho sentito di far rima con qualcuno. Nel senso che il mio dire, raccontare, e perfino l’ascoltare parevano davvero andare all’unisono con quelli del mio interlocutore.

Il bello è che ho sentito tutto ciò proprio mentre stava accadendo e non semplicemente come considerazione finale realizzata magari dopo un po’ a casa “Ma toh, guarda, che bella persona!”.

Ciò su cui rifletto, invece, a posteriori è il perchè o che cosa ha fatto sì che io mi sentissi in risonanza con l’altro. E…dopo varie “pippe” mentali che qui risparmio, sono giunta alla conclusione che ciò che ha fatto scattare la poetica musichetta rimaiola è stato il parlare del mio lavoro e in particolare di ciò che faccio a scuola riguardo lettura e scrittura.

Già….

In questo posto virtuale parlo pochissimo del mio essere insegnante “a righe”, come dicono molti addetti ai lavori. Penso che accada perchè sono così incredibilmente invischiata nella matassa di creatività argillosa di lettere e parole bambine da non riuscire quasi mai ad uscirne e osservare cosa accade veramente.

Beh…le poche volte che accade però…è una delizia per mente-occhi-cuore.

E infatti ora sono qui a riguardare le mie istantanee mentali di ieri: sguardo vivo che ricerca attentamente le parole giuste, voce concitata, attese, riprese, mimica facciale stile “oh mio dio che meraviglia!”, gesti di assenso, sorrisi, e….insomma: un incanto, forse quasi come sentirsi bella (che a me non succede mai!). Ho detto delle cose che faccio a scuola con le mie 20 bestioline, delle mie difficoltà, ma anche degli obiettivi raggiunti. Ho detto di ciò che vedo e di ciò che spero. Ma soprattutto ho detto di dove sto andando con il mio essere maestra e di quanto io creda in questa strada così dura e poco battuta.

Sì, ecco….stavo tutta lì: in quel raccontarmi, in quel vedermi da fuori, in quello snocciolare esperienze fatte nella mia vita di donna e mamma e che si sono mirabilmente fuse col mio essere un’insegnante, nella mia passione per le storie e nel mio profondo credere che le parole dette o scritte sappiano curare l’anima.

Che cavolo! Solo due ore per dirmi tutta? Sono davvero così “breve” da raccontare?

E’ che ho preso l’essenza, l’estratto, il succo concentrato per consegnarlo servito su un vassoio d’argento a qualcuno che mi è stato DAVVERO ad ascoltare SENZA SE E SENZA MA.

Ed è lì che ANNA è ritornata ad essere ANNATUTTAPANNA!

…quello che me lo merito comunque!

Non ho pensieri sapidi di perché,

ma dita che incastrano capelli

e tessono fantasmi.

Così salirei

in punta di vita

per avere un solo bacio:

quello che me lo merito comunque,

anche se ho macchiato la tovaglia,

anche se ho lasciato la minestra nel piatto.

Un tenero ricciolo di turgida memoria solo per me:

anche se non ho finito in tempo,

anche se non sapevo la risposta.

 

Autostrade di fuoco verde

sfrecciano sotto una pallida scorza:

non bastano!

Tenere unito il sangue di tutti

è impresa da eroi.

Non è cosa per me.

 

Che aspetto ancora…

…ti ricordi?

Un solo bacio:

quello che me lo merito comunque,

anche se sono solo io,

anche se slaccio anime invece di allacciarle.

Farai meglio tu, sono sicura.

Forse domani, forse dopo.

 

In punta di vita aspetto…

mi vedi?

Un solo bacio:

quello che…

…me lo merito comunque.

magari!…Macario

Macario

Che strane parole le interiezioni! Dalle più semplici come AH! OH!AHI! a quelle più complesse tipo: CAVOLI! ZITTO! PER L’AMOR DEL CIELO! , per poi finire con quelle più forbite dei giorni nostri quando un CAZZO! in auto o anche fuori dall’auto non te lo leva nessuno.

Pare proprio siano stringhe di lettere allacciate al tempo dal nostro modo di essere, noi umani così piccoli e giganteschi inventori di espressioni verbali per dire il nostro dolore, o la nostra sorpresa o più semplicemente una incazzatura bella e buona.

Ma ce n’è una di queste cosmogoniche esclamazioni del sentire umano, che è una vera meraviglia, una parola foriera di infinite possibilità….

MAGARI!

Mi ci sono immersa per scoprire che la sua etimologia deriva dal greco “makarios” che significa felice nell’accezione di fortunato. Ho trovato anche la traduzione con “felice sarei se…”.

Il punto è che, nella mia zucca alla lettura del termine MAKARIOS… mi viene in mente cosa?

Il cognome di un vecchio comico piemontese, morto ormai da tempo che si chiamava Erminio Macario, da tutti conosciuto semplicemente come Macario.

Lo ricordo ancora quando ero piccola e vedevo in televisione la pubblicità del panettone Galup: era una mini storia. Lui seduto al tavolo di un Caffè degli anni ’20 a decantare la bontà del dolce, salutando i VIP del paesino di Pinerolo: la guardia, il notaio, la bella signora,…

Macario, con la sua voce amabilmente dipinta da quell’ accento piemontese tenero e pastoso. Era soprattutto il suo viso lunare con gli occhi a palloncino e le relative borse sotto,  la sua mimica facciale ad esprimere quella gioia parca di eccessi, quel nostalgico desiderare, quel “scusatemi se sono felice”, “vorrei ma non posso”…

Ed eccola qui per me la personificazione del MAGARI!

Chissà se Macario sapeva di avere un cognome perfettamente in linea, etimologicamente parlando, con la sua essenza di artista.

Va da sè che ora, scrivendo, scopro sempre più di essermi decisamente innamorata di questa interiezione per una cosa in particolare: la sua quota di mancanza! Io adoro le cose mancanti di qualcosa: mi viene voglia di dar loro una mano a realizzarsi. Credo sia perchè mi aiutano a mettere in campo la mia dose di crocerossina da strapazzo, che spesso cerco di ammazzare senza mai riuscirci. CAZZO!

E allora….pronti attenti….via…

“FELICE IO SAREI SE….”

Qua mi fermo gente. Lascio ad altri il completamento del verso… per me…non è tempo.

 

IL SAN CARLONE D’ARONA. BAROFOBICA IO?

efecto-dunning-krugerLo annuncio a gran voce che si è appena conclusa una settimana così merdosa da risultare indescrivibile nei suoi dettagli. Posso fare una summa però di questi 5/6 giorni in cui lo sdilinquirsi della sfiga l’ha fatta da padrone.

La sintesi sta tutta nella parola SCHIACCIAMENTO…vedi anche alla voce compressione, pressione, impotenza, vicolo cieco e chi più ne ha ne metta!

E mentre sto qui nel cazzeggio mattutino del mio letto sabatino a pensare che sia più che meritato, comprese tutte le briciole dei biscotti con cui mi sto ingozzando tra le lenzuola, penso a quei pensieri miseramente consolatori del cazzo, stile: “tanto c’hai la salute”, ” ma guarda che belle figlie brave e intelligenti che c’hai!”, “per fortuna che hai un lavoro che adori!”, ecc….. .

Sta di fatto però che il senso di schiacciamento da parte della sfortuna, o fato, o destino come lo si vuol chiamare, con cui ho avuto a che fare in questi giorni, ha miracolosamente acceso in me la lampadina del ricordo del mitico e colossale SAN CARLONE D’ARONA, che ha minacciato un preciso momento della  mia infanzia.

Avevo circa otto anni quando la mia mamma, durante una visita ai nostri parenti lombardi, decise che era giunto per me il momento di fare la conoscenza di questa incredibile statua dedicato a un certo san Carlo Borromeo. Il santuario con relativo “bestione metallico” era la meta preferita di mia zia che vi si recava spesso decantando la bontà infinita di questo famoso vescovo a cui i suoi cittadini avevano voluto dedicare una statua immensa.

Quella roba definita da molti IL COLOSSO DI ARONA,  alta 35 metri, costruita alla fine del ‘500, per circa due secoli è stata la statua più alta del mondo. Pare che il progettista della Statua della Libertà abbia persino soggiornato in ‘sto “buco di culo italiano” per ispirarsi…..non dico altro!

Fin qui, niente di male: la devozione è sempre una gran cosa!

E me la ricordo come fosse ora quella mattina ventosa di sole settembrino: scendo dall’auto dello zio che ha parcheggiato ai piedi della collina ” perchè farsela a piedi dal basso verso l’alto è uno spettacolo meraviglioso!”. Arriviamo ad una scalinata, io con la mano tra quella della mamma. All’altezza del mio sguardo vedo solo un largo basamento di metallo e pietra, ma poi…inizio a sollevare la testa e lentamente vedo apparire la mole di questo “omone” immenso che sembra pure sporgersi verso di me quasi da cadermi addosso. Inizio ad urlare come una pazza e a nascondermi dietro le gonne di mia madre scongiurando che mi portino via.

Ricordo pure le risatine imbarazzate della zia che tentava di coprire i miei urli dalle orecchie degli altri turisti. Ecco: avevo fatto fare la mia ennesima figura di… .

I miei zii dissero alla mamma che non era normale per una bambina che poi non era più così piccola mettersi a gridare a quel modo.

Tant’è che patteggiammo: io avrei tenuto gli occhi bassi al pavimento per tutta la salita e finchè non fossimo arrivati sul retro della statua  li avrei lasciati camminare in pace contemplando la bellezza del colosso.

Mi era stato concesso non eccitarmi dalla gioia per questo prodigio di “scultura”. Mi rifugiai così nel negozio di souvenir e presi la famosa cartolina da mandare alla maestra e compagni scrivendo “quanto bella e interessante fosse stata la mia esperienza in quel di Arona!”.

Bene, potrei vomitare ma….non lo farò, perchè immagino che anche questo episodio sia uno dei  motivi per cui ho il terrore delle cose altissime, così tanto da finire in una specie di loop di vertigine e pensare che mi caschino addosso schiacciandomi.

Ho cercato in rete, si chiama: BAROFOBIA….

Ed eccomi una quindicina di anni fa in gita al Parco Zoo di Lignano con alcune classi di scuola elementare. Le colleghe lì a spiegare le prodezze della giraffa….e io…..in fondo al gruppo con i bimbi piangenti che come me se la facevano sotto alla vista del grande mammifero artiodattilo.

Allora….questa settimana ho avuto in visita il mio bel San Carlone! Si è palesato sotto forma di nervoso, ansia, tristezza infinita e tanta rabbia. Io l’ho riconosciuto, ci ho dato un nome. Si è fatto qualche chilometro dalla provincia di Novara per venire qui da me…lo stronzo…

Ma io ho me ed il mio splendido equilibrio della resilienza che ho imparato da una vita, ed entro stasera…alla facciaccia sua mi faccio un Negroni: così da “storta” lo vedo meglio!

PS- ho già in mente la mia prossima gita…..chi l’ha dura, la vince!

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Precipitarsi addosso è descriversi al contrario .
Innescare un giorno da un tramonto,
sbucciarsi i sogni in caduta libera.
L’ho messo il pranzo in tavola?
Un fiore reclama a gocce il mio sorriso.
Penserò a te sull’uscio del tombino,
mano alzata nel mio saluto
vessillo di attesa.
Mi prendi in braccio ora?
Varchiamo la soglia.
Sono sposa di latte versato,
piango a ritmo di sangue rotto.

Precipitami addosso
ho abbastanza bugie anche per te.
T’ infilzero’ la testa di nuvole,
non sentirai dolore.
Stai tranquillo.
A tavola… è pronto!

 

E oggi a scuola ho abbracciato per la seconda volta in due anni una madre disperata.

E’ stato diverso adesso…. conoscevo meglio il suo dolore, non perchè lo avessi provato anche io: è perchè conosco ora  i segnali bui del precipizio.

Oltre alle lacrime del suo dire, per una bestia sconosciuta e subdola che si è impadronita nuovamente del sangue di sua figlia, questa volta c’è il vuoto assordante dell’uomo che dovrebbe starle accanto e che, invece, a quanto pare, si è chiuso in un silenzio rabbioso che tutti esclude e lascia sola…lei. Una mamma… una moglie…una donna…una persona… un essere umano….

Nel mio abbraccio oggi cercavo di non farla scivolare via, nel suo lento precipitare verso un fondo che piano piano la delineava per ciò che resta…di un individuo…quando tutto sembra o forse ora è…veramente perduto.

Fotogrammi di pelle mai nata…

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Dove vanno a finire le parole che non si dicono e le cose che non si fanno?

Sto qua sul divano domenicale a decidere se vanno a finire tipo in un pozzo sperando che qualcuno le ripeschi o si accumulano nelle nostre teste, bocche e membra in attesa di rivelarsi in un futuro fotogramma in qualche banalissima giornata.

Oggi pomeriggio mi sono vista una specie di documentario su Pompei. Sembrava quasi una fiction: una ricostruzione precisa della notte in cui il Vesuvio ricoprì ogni cosa.

Mi conosco bene, mi ci vuole poco per piangere davanti alle sciagure umane, ma la vista di questi corpi grigi, perfettamente conservati nei gesti e nelle posizioni in cui si trovavano nell’istante in cui la morte li ha colti, mi ha dato una tristezza infinita.

E la mia mente è subito andata a tutte le cose che quelle persone avrebbero voluto fare e invece non hanno fatto, a tutte le frasi e discorsi che avrebbero voluto pronunciare e che non diranno mai.

Io non stavo a Pompei nel 79 dopo Cristo. Io sto qui sul divano ora a mangiarmi le mele cotte con la cannella e penso di essere ripiena più di azioni e suoni non attuati che di carne e sangue.

Ma non li voglio chiamare rimpianti! Penso che ciò che non si riesce a dire o fare abbia una identità più profonda, sì…insomma…una sua ragione d’essere…un diritto di asilo politico…una dignità intrinseca.

Questa matassa variegata di aborti dell’esistenza sta in ogni istante della vita: nei nostri sguardi, nelle posture che assumiamo nei momenti intensi di noi dall’incazzatura più dura al momento di massimo godimento in cui facciamo l’amore. Persino nei pori della nostra pelle…

Dovremmo inventare una fotocamera per riprendere questi pizzichi di rivelazione.

Personalmente adoro le rivelazioni, il manifestarsi improvviso, la sorpresa del nascosto che salta fuori. Mi lascio amabilmente travolgere dalle istantanee del vivere altrui in tutte le sue forme.

Vorrei avvenisse anche per la mia vita. Sarà per questo che ultimamente mi faccio un sacco di selfie e sto lì a guardarmeli e rimirarmeli per cogliermi e leggerci dentro tutto ciò che non è venuto alla luce di me.

E’ tanta roba….troppa roba….dovrei farmi un “book” come quello delle modelle, verrebbe tipo enciclopedia Treccani, lo intitolerei ” fotogrammi di pelle mai nata”.

E ora sono sempre qui sul divano della domenica…dovevo stirare in teoria e pure stendere la lavatrice. Chissà domani queste cose…dove andranno a finire….

rido…di gusto.

pioggia-sangue

Piccolo rivolo
circolo cieco
latte di vena
rosso ciliegia.
Porti scolpito in liquide anse
un’eco scandita
tra battito e carne .
Radice di eterne maree
approdo di Luna,
scorri in vie segrete
intravvedi orizzonti
incapace di terra.
Acqua di madre
colore di lava,
pavimento di pelle per fragili strade.
Piccolo fiume,
tana di me
viaggiami intorno
equatore…mio mondo.
Tu arriva al traguardo…
…. ti superero’.

elogio della “scalzitudine”

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Insomma è accaduto per caso che qualche sera fa, a cena, non so bene per quale appiglio a un discorso delle ragazze me ne vengo fuori con un ricordo riguardante la mia mamma.

E’ raro per davvero che io renda manifesti i foglietti di memoria che fuoriescono dai cassetti del mio cervello….per una sorta di pudore….perchè è roba mia e basta. Preferisco solitamente stare lì a raccontarmeli nel silenzio un po’ appannato dei miei sospiri, salvo tradire qualche risolino o lacrimuccia o grugno incazzoso….

…di tutto un po’ praticamente.

Torno lì, ad una serata estiva a Lignano. Io circa dodici anni e lei ovviamente sulla cinquantina. Era tradizione la nostra vacanzina marittima di dieci giorni. Dopo cena, praticamente tutte le sere era percorso obbligatorio la camminata dalla zona della darsena a Lignano City dove in piazza un bar offriva musica dal vivo all’aperto. Il locale chiaramente pretendeva la consumazione al tavolo  per godere della musichetta e così aveva amabilmente tratteggiato il suo territorio con una serie di fioriere orride…per fortuna basse, dietro alle quali io e mamma ci acquattavamo per assistere allo spettacolo. Quante risate a commentare i sioretti e le siorette che si mettevano a ballare i pezzi romantici: lui con la camicia coi bottoni che scoppiavano e lei col tacco 12 e la ciccetta abbronzata del piede che fuoriusciva dalle finestrelle del sandalo-gioiello. Una delizia!

La mamma e io per assistere a questo scenario ce ne stavamo beatamente a fare cucù tra un’ortensia e l’altra col sedere sul cordolo dell’aiuola retrostante. Lei, la mamma, allora iniziava ad apparirmi come non la vedevo mai. Abituata sempre a osservarla in casa in piedi o seduta (poco) su sedie o divano, il poterla notare così “bassa” mi faceva ridere l’anima. Com’era vicina a me…così vicina da appoggiare pure lei le natiche sul duro cemento, magari ancora un po’ caldino per il sole cocente appena tramontato.

Ma accadde proprio in una di quelle volte…all’improvviso lo scoppio di un temporalone estivo. In pochi minuti l’acqua cade a secchiate, la gente di corsa e un po’ urlacchiando si ripara sotto i portici. La musica smette, cantante e strumentisti mettono in salvo le attrezzature e le luci.

In una piccola manciata di tempo lei decide che è meglio cominciare a correre verso casa. Considerata la strada: circa tre quarti d’ora di cammino…..a me viene un po’ da ridere. CORREREPERTREQUARTID’ORA?

Entrano in scena però i suoi capelli, da sempre corti e cotonati impeccabilmente: come salvarli? Mamma si prende il golfetto di cotone dalle spalle e se lo lega in testa stile Marianna Perla di Labuan e attacca a zompettare con i polpacci esterni che fuoriescono ritmicamente dall’asse verticale del corpo: sì, riconosco il suo stile.

Io sono letteralmente presa dalla gioia per questo inaspettato evento che  me la rivela libera, sciolta…un po’ matta…visto il suo consueto selfcontrol.

Il bello è che lei all’inizio manco mi aspetta….sebbene io la raggiunga rapidamente. Non voglio perdermi nemmeno una delle sue risa: forse imbarazzo perchè la pettinatura sta andando in vacca? Forse perchè tra una piastrella e il porfido sta per scivolare drasticamente? Ma no…io preferisco pensare che sia felice…che si stia divertendo lì con me a fare questa corsa bagnata a perdifiato. E poi…si toglie i sandali (per correre più veloce!) e….udite udite…dice  che posso togliermeli pure io!!!!

Ecco: la “scalzitudine” sancisce la resa definitiva dell’essere inamidato. Il piedino nudo sventola bandiera bianca e soggiace al fuori controllo.

Io….quella sera….un po’ correndo piano per non farla sentire inferiore, un po’ saltando pozzanghere al pari suo…volevo “bermela” con gli occhi, questa mamma un po’ folle che non so da quale pianeta fosse venuta.

Ancora adesso mi ritrovo spesso a ringraziare quel nubifragio per avermi restituito quello che in realtà lei…forse era davvero…e che mai mostrava.

Questo ricordo da “ragazza” libera, oggi mi aiuta a giustificare il fatto che qualche giorno fa nella struttura che la ospita da anni, la psicologa di riferimento ha notato che ormai non risponde più al richiamo di “mamma” ma unicamente a quello del suo nome di battesimo.

Che stronza sta dottorona qua, lo sapevo da un pezzo io! Eppure quando vado da lei, salutandola con un CIAO MAMMA! Anche se  non mi caga di striscio…beh…non me ne sbatte un cazzo perchè fa bene a me.

Invece pare proprio che, se si vuole “preservare il più a lungo possibile” le poche facoltà mentali che le restano, chiamarla frequentemente MARIA CANDIDA…potrebbe giovarle assai.

E allora farò così: per preservarla in questa vita di merda che sta facendo… la chiamerò col suo nome sciolto da ogni legame con me.

Lei, la mia splendida ragazza scalza.